Sperando di aiutare chi, come me, cerca di dare un nome a tutta una serie di disturbi ed è stufo di sentirsi definire "esagerato". :)
Prendete tutto quello che segue con le pinze, dato che sono informazioni pescate nel web e che, soprattutto quando si parla di interventi chirurgici, necessitano di maggiori approfondimenti (ho letto commenti poco felici riguardo, per esempio, alla cura chirurgica dell'eritrofobia).
Chi non soffre di crisi di panico o ansia o non conosce la parola rossore non perda neanche tempo a leggere (a meno che non voglia comprendere gli stati d'animo di chi ne soffre), perchè segue una sfilza di informazioni più o meno mediche (e più o meno noiose :P ) cui non sarebbe interessato.
Per tutti gli altri...buona lettura! :)
Dal sito http://www.nienteansia.it/
ANSIA
COS'È L'ANSIA E QUALI EFFETTI PROVOCA
L'ansia, la cui etimologia latina richiama concetti quali il sentirsi soffocare, stretti, è connotata da varie sensazioni per lo più spiacevoli fra cui il timore, la paura, l'apprensione, la preoccupazione, la sensazione che le cose possano sfuggire di mano, il bisogno di trovare una soluzione immediata e, nel caso di esposizione prolungata, la frustrazione e la disperazione.
Tuttavia l'ansia è un'emozione naturale e universale; è generata da un meccanismo psicologico di risposta allo stress (vedi stress), il quale svolge la funzione di anticipare la percezione di un eventuale pericolo prima ancora che quest'ultimo sia chiaramente sopraggiunto, mettendo in moto specifiche risposte fisiologiche che spingono da un lato all'esplorazione per identificare il pericolo ed affrontarlo nella maniera più adeguata e, dall'altro, all'evitamento e alla eventuale fuga. Questa caratteristica di interesse ed evitamento nei confronti di un possibile pericolo si ritrova soltanto negli uomini e negli animali superiori e favorisce la conoscenza del mondo circostante e un migliore adattamento ad esso.
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L'ANSIA CATTIVA - DISFUNZIONALE
Tuttavia può accadere che non siamo capaci di superare del tutto una situazione di pericolo, oppure allo stato d'allarme e attivazione non corrisponde un pericolo reale da fronteggiare e risolvere; in tal caso l'ansia si trasforma da risposta del tutto naturale e adattiva a sproporzionata o irrealistica preoccupazione, ed assume una connotazione di un disturbo psichico, perdendo la funzione di elemento di crescita e maturazione, divenendo piuttosto un elemento di disgregazione della personalità. È così che l'ansia perde la sua funzione adattiva tesa a favorire il rapporto con l'ambiente, provocando al contrario disadattamento e perdita di contatto con l'ambiente stesso. Questa evenienza può presentarsi per diversi motivi, spesso difficilmente identificabili; in generale accade poiché vi è una valutazione errata delle percezioni che riceviamo da parte dei nostri processi cognitivi.
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LE COMPONENTI DELL'ANSIA
L'ansia è costituita da tre diverse componenti:
1. Componente comportamentale la quale, come visto in precedenza, viene attivata con la finalità di reagire alla situazione e ristabilire le condizioni ottimali di benessere. Le possibilità sono due: affrontare di petto il problema che si è presentato oppure evitarlo.
Nel primo caso, se per esempio si manifesta una situazione inaspettata per la quale si è impreparati, si reagisce analizzando il problema e preparando una soluzione adeguata. Nel caso dell'evitamento invece si tende a rimandare il problema, ottenendo un senso di sollievo immediato, per poi lasciare posto ai sensi di colpa e lesioni dell'autostima, aumentando il rischio che questo genere di situazione si ripresenti in futuro come per l'effetto di una abitudine.
2. Componente cognitiva rappresentata da una serie di processi mentali volti a valutare se stessi e la situazione in cui ci si trova. Tra questi:
o il fatto di concentrarsi esclusivamente sugli aspetti percepiti come maggiormente minacciosi;
o valutare in modo irrealistico e irrazionale la realtà, per esempio considerare il giudizio circa la riuscita o meno di un compito come un giudizio globale sulla persona ("se non riesco a fare questo sono un incapace.");
o l'autosvalutazione, per esempio pensare di non essere in grado si svolgere un determinato compito, di non essere all'altezza, di non potercela fare;
o la catastrofizzazione, ovvero sopravvalutare la situazione esterna fino al punto di convincersi che è qualcosa di incontrollabile e sentirsi sopraffatto da essa come di fronte ad un cataclisma;
o il perfezionismo, ovvero la tendenza a rimandare continuamente la decisione di affrontare un compito, un problema o la valutazione da parte di altri fino a quando non ci si ritiene perfettamente preparati.
3. Una base fisiologica che prepara e predispone l'organismo all'azione. Le principali modificazioni fisiologiche sono:
o l'aumento della tensione muscolare con conseguente potenziamento dell'afflusso sanguigno ai muscoli (per poter reagire prontamente con la fuga o l'attacco in caso di necessità);
o la tachicardia in cui l'accelerazione dei battiti del cuore risulta percepibile ed è finalizzata a pompare una maggiore quantità di sangue alle parti dell'organismo che vengono attivate. Aumento della pressione sanguigna;
o l'iperventilazione, cioè l'aumento della frequenza respiratoria al di fuori del controllo della persona, che può portare a provare un senso di vertigine e nei casi più gravi ad un annebbiamento della vista e progressiva diminuzione della capacità di comprensione;
o l'aumento della sensibilità dell'organismo agli agenti esterni, per esempio maggiore dilatazione delle pupille e sensibilità al dolore.
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LO STRESS (EUSTRESS E DISTRESS):
Stress e ansia sono strettamente collegati, tant'è che possiamo considerarli come due facce della stessa medaglia; come già detto il rapporto individuo/ambiente è soggetto a frequenti interazioni di tipo stressorio, le quali possono provocare come conseguenza l'ansia.
Gli stressors, ovvero gli elementi ambientali (intesi anche come situazioni, esperienze o persone) che producono una sollecitazione sull'organismo, subiscono sempre un'elaborazione di tipo cognitivo, dalla quale dipende in gran parte la reazione della persona. L'ansia deriva da queste elaborazioni, per esempio nel caso in cui la persona percepisca il pericolo come reale e desideri liberarsene.
Lo stress in sostanza è la prima sollecitazione che l'organismo subisce quando vi è un cambiamento nell'equilibrio tra organismo e ambiente.
L'ansia è una sua possibile conseguenza.
Lo stress può essere di due tipi: eustress (eu: in greco, buono, bello) o distress (dis: cattivo, morboso).
L'eustress, o stress buono, è quello indispensabile alla vita, che si manifesta sotto forma di stimolazioni ambientali costruttive ed interessanti. Un esempio può essere una promozione lavorativa, la quale attribuisce maggiori responsabilità ma anche maggiori soddisfazioni.
Il distress è invece lo stress cattivo, quello che provoca grossi scompensi emotivi e fisici difficilmente risolvibili. Un esempio può essere un licenziamento inaspettato, oppure un intervento chirurgico.
Ognuno di noi risponde agli eventi stressanti in modo diverso, questo perché ogni persona fa esperienze diverse e fa proprie strategie interpretative e di pensiero diverse. Inoltre un ruolo fondamentale nell'interpretazione degli eventi, sia interni che esterni, spetta all'apprendimento. Noi impariamo a comportarci in un certo modo di fronte a certi stimoli e questi meccanismi di apprendimento agiscono in modo automatico, al di fuori della nostra consapevolezza. Le nostre stesse valutazioni personali degli eventi e delle cose subiscono l'effetto dell'apprendimento e una volta consolidatesi funzionano in modo relativamente autonomo. Gli schemi comportamentali e di pensiero hanno la funzione di farci risparmiare energia sia fisica che mentale, infatti si basano su esperienze pregresse già elaborate, facilmente rievocabili.
La risposta di stress si esplica in tre fasi; nella prima fase, definita fase di allarme, lo stressor suscita nell'organismo un senso di allerta, definito arousal (vedi glossario), con conseguente attivazione dei processi psicofisiologici già descritti a proposito della reazione d'ansia (aumento del battito cardiaco, iperventilazione ecc.). Dopodiché, nella fase di resistenza, l'organismo tenta di adattarsi alla situazione e gli indici fisiologici tendono a normalizzarsi anche se lo sforzo attuato è molto intenso. Nel caso in cui l'adattamento non sia sufficiente si arriva alla terza fase, la fase dell'esaurimento, in cui l'organismo non riesce più a difendersi e la naturale capacità di adattamento viene a mancare. Quest'ultima fase è la più pericolosa, in quanto l'esposizione prolungata ad una situazione di stress può provocare l'insorgenza di patologie sia fisiche che psichiche (vedi disturbi d'ansia).
In particolare, lo stress cronico attiva un circuito composto da strutture cerebrali e da una ghiandola endocrina (asse ipotalamo-ipofisi-surrene), il surrene, il quale aumenta la secrezione di cortisolo. Quest'ormone, anche conosciuto come ormone dello stress, se presente in quantità superiori alla norma provoca vari disturbi (leggi anche stress e malattia).
Tra i sintomi più frequenti dello stress ricordiamo:
frequente sensazione di stanchezza generale,
accelerazione del battito cardiaco,
difficoltà di concentrazione,
attacchi di panico,
crisi di pianto,
depressione,
frustrazione,
attacchi di ansia,
disturbi del sonno,
dolori muscolari,
ulcera dello stomaco,
diarrea,
crampi allo stomaco,
colite,
malfunzionamento della tiroide,
facilità ad ammalarsi,
difficoltà ad esprimersi e a trovare un vocabolo conosciuto,
sensazione di noia nei confronti di ogni situazione,
frequente bisogno di urinare,
cambio della voce,
iperattività,
confusione mentale,
irritabilità,
abbassamento delle difese immunitarie,
diabete,
ipertensione,
cefalea,
ulcera.
STRESS, PERSONALITÀ E LAVORO
A partire dalla metà del Novecento la psicosomatica (vedi glossario) si è imposta, come scopo principale, quello di individuare delle caratteristiche psicologiche specifiche che potessero essere considerate come veri e propri fattori di rischio nei confronti delle malattie. Da queste ricerche sono emersi dati molto interessanti su ciò che concerne il rapporto tra la personalità e la tolleranza allo stress; in particolare è stato possibile suddividere i comportamenti umani in due gruppi, definiti Tipo A e Tipo B (Friedman e Rosenman, 1959).
Gli individui appartenenti al Tipo A sono quelli più esposti allo stress, e presentano una maggiore probabilità di soffrire di qualche disturbo sia fisico che psichico dovuto alla pressione di eventi stressanti (leggi anche stress e malattia).
Essi sono, per esempio, molto vulnerabili nei confronti delle malattie cardiovascolari (infarto, ictus, ipertensione etc.).
Coloro che appartengono al Tipo B invece, manifestano una più elevata capacità di fronteggiare situazioni potenzialmente stressanti, rendendo di conseguenza minore il rischio di ammalarsi.
La differenza tra le due tipologie non dipende tuttavia dal fatto di possedere due diverse e ben definite strutture di personalità, quanto al modo in cui viene organizzata la risposta a situazioni stressanti.
Comportamento di Tipo A
-Competitività spinta e diffusa a tutti gli aspetti della vita. Tendenza alla sfida e alla lotta.
-Aggressività (spesso repressa) presente costantemente in tutte le interazioni personali e sociali.
-Impazienza, insofferenza per i diversi ritmi altrui e per l'insufficienza degli altri.
-Tensione muscolare, discorso "esplosivo", ipervigilanza, difficoltà al rilassamento.
-Tendenza a voler fare e ottenere un illimitato numero di cose in un limitato periodo di tempo.
-Necessità spinta di avere costantemente il controllo totale nelle situazioni.
-Spinta all'acquisizione di cose, oggetti, beni e in generale al consumo.
-Spesso fumo, alcool, attività orali ripetitive.
-Poca attività fisica.
-Pochi interessi alternativi al lavoro.
Comportamento di Tipo B
-Competitività selettiva e proporzionata alla reale importanza degli obiettivi da raggiungere.
-Aggressività "fisica" indotta da stimoli adeguatamente frustranti. Aggressività di base ridotta.
-Capacità di adeguarsi e di tollerare la diversità degli altri ed i loro differenti ritmi.
-Rilassamento muscolare, discorso tranquillo, vigilanza "fasica" facilità di rilassamento. -Tendenza a proporzionare le cose da fare e da ottenere in rapporto al tempo disponibile.
-Ridotta importanza dell'avere costantemente il controllo in tutte le situazioni.
-Relativa indifferenza al consumo e all'acquisizione di cose inutili.
-Fumo e alcool molto limitati.
-Attività fisica.
-Interessi alternativi al lavoro.
-Alimentazione controllata.
Le persone che posseggono le caratteristiche del Tipo A sono anche quelle che risentono in misura maggiore dello stress lavorativo. Infatti le pressioni lavorative, le scadenze, il sovraccarico, le difficoltà con i colleghi, le richieste lavorative a cui è difficile rispondere possono incidere profondamente sui modi con cui una persona percepisce e considera il proprio lavoro. Sentirsi sotto grave tensione costituisce un esito negativo, mentre sentirsi sfidati e in grado di rispondere a tali sfide rappresenta un risultato positivo. In altre parole, l'impatto degli stressors (vedi pagina precedente) lavorativi e la risposta personale risultano modulati da come la persona stessa percepisce i fattori di stress. Non è semplice giudicare il concreto impatto dello stress nelle situazioni lavorative, tuttavia alcune stime suggeriscono che circa la metà dei giorni lavorativi persi negli Stati Uniti per assenteismo risultano collegati a stati di stress (Elkin e Rosch, 1990). Le caratteristiche del lavoro che sono più facilmente associate con lo stato di stress sono:
· Il rumore eccessivo, che rende molto più difficile la concentrazione e la comunicazione con i colleghi.
· Il sovraccarico lavorativo. Un numero di ore lavorative superiore alle 40 ore settimanali.
· La mancanza del tempo indispensabile per svolgere un compito. Dover quindi lavorare in fretta e in modo poco preciso.
· La scarsa varietà delle attività. Svolgere sempre le stesse mansioni.
· La monotonia delle attività svolte. Le attività vengono eseguite in modo meccanico e senza partecipazione.
· L'insufficienza o la mancanza di un riconoscimento o di una ricompensa per una buona prestazione.
· L'assenza di discrezionalità e di controllo. Quando non è possibile controllare in modo diretto i propri compiti e viene a mancare la possibilità di poterli svolgere nella maniera che si desidera.
· La presenza di eccessive responsabilità.
· L'ambiguità di ruolo. Mancanza di informazioni chiare a proposito delle condotte lavorative da adottare e imprevedibilità delle conseguenze delle proprie attività.
· Il conflitto con i colleghi o con i superiori. Mancanza di accordo con i colleghi di lavoro circa le procedure lavorative e interferenze di ruolo.
· L'insoddisfazione, la mancanza di realizzazione personale. Quando manca, per esempio, la certezza di un lavoro stabile o la possibilità di avanzamento professionale. Oppure non è possibile esprimere il proprio talento e le proprie capacità.
· L'essere oggetto di pregiudizi, minacce, vessazioni. Queste situazioni portano a ciò che viene definito "mobbing".
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ERITROFOBIA
L’eritrofobia (dal greco erythros - rosso), conosciuta anche come ereutofobia (dal greco ereuthos - arrossamento, rossore), viene definita la paura di arrossire, originata da una serie di sintomi e da fattori genetico-costituzionali dell’individuo che trovano il proprio centro propulsore nell’emotività.
Descrizione del disturbo:
La manifestazione fisica di questo disturbo è l’IPEREMIA DEL VISO (eritema): la persona improvvisamente assume un colorito acceso a causa dell’aumento repentino della quantità di sangue nei vasi superficiali dilatati (inglese: facial blushing); ciò è maggiormente visibile nelle popolazioni di carnagione chiara.
Strettamente connessi sono i FATTORI PSICOLOGICI legati alla paura di commettere errori, di far brutta figura, di fallire un obiettivo, di non sentirsi all’altezza delle situazioni, alla frustrazione di non raggiungere la perfezione desiderata.
Il sintomo si manifesta soprattutto quando l’individuo, trovandosi al centro dell’attenzione di un gruppo, teme di arrossire avvertendo contemporaneamente tachicardia, senso di costrizione-tensione a livello del torace ed un senso di forte calore che sale verso il viso.
Anche la più piccola esitazione o la convinzione di non riuscire ad apparire disinvolto può causare un così forte disagio da non permettere di affrontare la situazione con scioltezza, costringendo l’individuo a focalizzare la concentrazione nel tentativo di arginare il fenomeno, innescando quel processo a spirale di angoscia ossessiva che potrebbe improvvisamente bloccare la mente e far nascere nel soggetto il desiderio di sparire o di fuggire.
Molteplici possono essere le CONSEGUENZE:
senso di insicurezza, di imbarazzo e di inferiorità di fronte agli altri;
rifiuto nell’affrontare nuove situazioni che potrebbero scatenare il disturbo;
astensione dall’esprimere le proprie opinioni all’interno di un gruppo, anche se si è convinti che siano più valide delle altre;
scelte professionali in cui non vi siano contatti con il pubblico o con troppi collaboratori: spesso sono professioni al di sotto della propria qualifica;
si evitano avanzamenti di carriera o incarichi di maggiore responsabilità;
frustrazione per l’incapacità di esprimere e realizzare le proprie potenzialità professionali ed intellettuali.sviluppo progressivo di una sindrome fobica comportamentale che porta ad evitare le relazioni sociali e all’autoisolamento (fobia sociale);
nei casi meno gravi: il rammarico per l’enorme sperpero di energia psichica necessaria per affrontare situazioni, nelle quali è costantemente presente il rischio di imbarazzanti reazioni fisiche allo stress emotivo.
nei casi gravi: depressione; senso di disperazione; pensieri suicidi.
Tecniche di rilassamento:
Esistono diverse tecniche fisiche e mentali che mirano ad alleggerire la tensione nervosa e a prevenire gli attacchi di rossore, utilissime in alcuni soggetti, meno efficaci in altri. Si tratta di metodiche come l’autosuggestione, lo yoga, il training autogeno, tecniche di respirazione e di rilassamento muscolare progressivo, tutte miranti a migliorare l’autostima e la fiducia nei propri mezzi e/o a ridurre le reazioni fisiche indesiderate (soprattutto le palpitazioni). Queste tecniche possono essere esercitate in gruppo o da soli, o come complemento di una psicoterapia.
Psicoterapia
Una consulenza psicologica è quasi sempre indicata. Per l’eritrofobia le tecniche generalmente applicate sono la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) o l’ipnosi. La terapia di confronto (cosiddetto “flooding”), potenzialmente efficace in altri tipi di fobie, non è consigliabile e può anzi aumentare la vulnerabilità del soggetto. In genere la psicoterapia non elimina il riflesso neurovegetativo dell’arrossamento, radicatosi in anni, ma può facilitare il soggetto a convivere con questa reazione, ridimensionandone l’impatto sulla propria qualità di vita, anche attraverso un miglioramento del grado di autostima.
Farmacoterapia
I seguenti principi farmaceutici sono spesso impiegati per contrastare la sintomatologia fisica e/o le conseguenze psicologiche, soprattutto l'ansia, che ne derivano:
Betabloccanti: riducono le palpitazioni, limitando l'incremento della frequenza cardiaca sotto stress. Il battito cardiaco infatti è frequentemente l'innesco principale di una reazione a catena che porta ad un incontrollabile aumento dello stress emotivo con le manifestazioni fisiche associate. Nel migliore dei casi, l’attacco di rossore viene smorzato e si riesce a mantenere la concentrazione mentale.
Clonidina: è un alfabloccante che riduce la motilità della muscolatura vascolare, stabilizzandola, e tende quindi a limitare il repentino cambiamento di calibro dei piccoli vasi cutanei del viso. Purtroppo gli effetti collaterali (ipotensione arteriosa con vertigini, secchezza delle fauci, etc.) spesso ne limitano l’impiego.
Inibitori della ricaptazione della serotonina – SSRI
sostanze: citalopram, escitalopram, fluvoxamia, fluoxetina, paroxetina, sertralina
prodotti: Celexa, Cipramil, Fevarin, Fluoxeren, Fontex, Maveral, Paxil, Prozac, Remeron, Seropram, Seroscand, Seroxat, Zoloft
Si tratta di una classe di farmaci ad azione antidepressiva che si è rilevata utile anche nelle sindromi compulsive e anancastiche, riducento il livello di ansia scatenato da pensieri ossessivi. Nel caso dell’eritrofobia questi farmaci possono diminuire la costante paura e la preoccupazione di arrossire, aumentando la soglia di stress che scatenerebbe la sindrome.
Sedativi come le benzodiazepine non sono indicati per un approccio terapeutico a lungo termine, soprattutto per il rischio di indurre farmacodipendenza. Anche l’alcool può essere inserito nella categoria dei sedativi: può essere senza dubbio efficace, se utilizzato occasionalmente, in dosi moderate e con tutte le precauzioni necessarie, ma ovviamente non può essere considerato come una soluzione al problema di fondo.
Chirurgia del nervo simpatico (simpatectomia, blocco del nervo simpatico)
Già negli anni 80 venne osservato un effetto positivo sulla sindrome del rossore facciale (eritema simpaticogeno) in pazienti che subirono, per altri motivi, l’interruzione dei primi gangli dorsali del nervo simpatico (Wittmoser). Negli anni 90 le indicazioni per la simpatectomia endoscopica toracica vennero estese, oltre che per le sindromi di iperidrosi, anche all’eritrofobia.
Oggigiorno la chirurgia del nervo simpatico viene proposta come alternativa terapeutica ai pazienti con eritrofobia invalidante, qualora un controllo soddisfacente del disturbo non possa essere ottenuto tramite le misure non-chirurgiche.
La terapia chirurgica è efficace soprattutto nelle forme classiche di eritema simpaticogeno come descritte sopra, caratterizzate da rossore improvviso che coinvolge tutto il volto ed associato ad altri sintomi di iperattività del sistema nervoso simpatico, in primo luogo le palpitazioni.
Non rispondono altrettanto bene al trattamento chirurgico le forme localizzate del rossore facciale (cosiddette geografiche), contraddistinte da un intenso arrossamento delle guance e/o delle orecchie, mentre la fronte e soprattutto l’area periorale rimangono pallide; in questi casi, visti i risultati imprevedibili (risultato positivo sotto il 50% dei casi), la chirurgia non può essere consigliata.
Un'ulteriore variante di rossore facciale si sviluppa tipicamente in modo lento e graduale in seguito ad attività fisica/sportiva o per una prolungata esposizione al calore. Con l'intervento in questi casi si ottiene solo una parziale riduzione del rossore, in quanto oltre all'iperattività neurovegetativa altri mecanismi entrano in gioco nello sviluppo della vasodilatazione al viso. Quantitativamente tale riduzione dipende dall'entità degli altri mecanismi coinvolti, non mediati dal sistema simpatico (p.es. sostanze vasoattive ormonali e non, effetto vasodilatante diretto del calore), che varia da individuo a individuo.
L’intervento, eseguito in anestesia totale, consiste nell’interruzione del nervo simpatico (tronco simpatico) tra i gangli D1 e D2 localizzati nella sommità della cavità toracica vicino alla colonna vertebrale. Oggigiorno si preferisce interrompere il nervo applicando una graffetta di titanio (ESB – blocco del nervo simpatico dorsale in endoscopia) al posto di una divisione irreversibile (ETS - simpaticectomia endoscopica toracica).
L’intervento sortisce indiscutibilmente risultati ottimi per quanto riguarda il rossore e lo stato fobico e per molti pazienti è una liberazione da anni di sofferenza, silenziosa, soffocante e spesso sottovalutata. Secondo diversi studi, la percentuale di successo nei centri con maggiore esperienza nel trattamento chiurgico dell’eritrofobia varia da 90-95%. Bisogna sottolineare però che l’intervento può essere inefficace in alcuni e in altri sussiste l’eventualità di una ricaduta parziale o completa, rischio quantificabile al 5-8% nei primi 3 anni dopo l’intervento. Ne risulta una percentuale di cura definitiva di oltre l’85%, a condizione di una selezione accurata dei candidati a tale trattamento effettuata da un chirurgo che non solo possegga una grande esperienza operatoria con tecnica ottimizzata a tale scopo, ma soprattutto una profonda conoscenza del disturbo.
Gli aspetti negativi del trattamento chirurgico sono caratterizzati da una varietà di effetti collaterali che possono comparire nel periodo postoperatorio a breve o a lungo termine:
a) sudorazione compensatoria: sudorazione al tronco e/o alle gambe, riferito dalla maggioranza degli operati, in genere di lieve o moderata entità, ma che in una minoranza di casi può raggiungere livelli insopportabili. Nella nostra casistica, tra i pazienti operati per eritrofobia la percentuale di reversione (cioè l’ asportazione delle graffette a causa di effetti indesiderati) per iperidrosi compensatoria è del 1%. Al confronto, il 12% dei pazienti operati per iperidrosi facciale richiedono la rimozione delle graffette a causa della sudorazione compensatoria eccessiva. Da notare che la sudorazione compensatoria non comprende mai viso e mani, che anzi tendono a risultare più asciutti dopo l’intervento.
b) abbassamento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa, riduzione della reattività del sistema cariocircolatorio a stimoli emotivi: è un effetto che si nota soprattutto nei pazienti operati per eritrofobia e che è meno evidente in quelli operati per iperidrosi. Si tratta quasi sempre di un fenomeno gradito che contribuisce considerevolmente a dare quella sensazione di tranquillità e serenità che generalmente subentra all’ansia. Una riduzione eccessiva della pressione arteriosa o della frequenza cardiaca può creare uno stato di astenia e stanchezza che talvolta (in ca. il 2% dei casi) porta il paziente a farsi rimuovere le graffette. Quest’astenia contrasta con l’aumento di energia e vigore che la maggior parte dei pazienti avverte non appena si sente liberata dall’ansia opprimente.
c) sudorazione gustatoria: si tratta di un’accentuazione del senso di calore e della sudorazione al viso in seguito all'assunzione di particolari cibi, soprattutto quelli piccanti. Il fenomeno si manifesta in ca. un terzo degli operati, ma raramente in modo vistoso e fastidioso.
In sintesi, si tratta di un intervento sicuro, raramente gravato da complicanze (in maggior parte peraltro di scarso rilievo clinico) e con risultati ottimi per quanto riguarda il controllo del sintomo del rossore improvviso e dello stato fobico che ne deriva. Le possibili e mai completamente prevedibili reazioni del sistema neurvegetativo simpatico, altamente dinamico nell’addattamento a nuove situazioni, ne richiedono però un utilizzo altamente selettivo e responsabile, limitato ai casi refrattari o inadatti a terapie alternative, nei quali i danni alla situazione psicosociale dell’individuo causati dall’eritrofobia sono tali da giustificare eventuali effetti collaterali. Bisogna peraltro sempre tenere presente che la terapia possa rivelarsi inefficace e che, a lungo termine, il 10-15% degli operati non si considerino soddisfatti del risultato. In ogni caso, l’autore propone l’impiego di una tecnica chirurgica potenzialmente reversibile (ESB) al posto di tecniche distruttive (taglio, coagulazione, asportazione di gangli).
Libri MMXXIV
1 anno fa
2 commenti:
Io sono sicuramente stressata, un giusto mix tra Tipo A e B, spesso arrossisco ma grazie a Dio non soffro di attacchi di panico...ora, io ho letto, ma non ho ben capito dove collocarmi!!!!!
Lo so...SONO UNICA!!!! :-D
Eheheheh allora diciamo che sei...equilibrata??
Va bhe dai, ti condcedo l'unica, ma proprio perchè sei tu! ;P
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